Eugenio Magno

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C'è un filone della pittura di Scuola napoletane, che non ha sofferto deviazioni e che ha attraversato indenne la tempestosa stagione delle avanguardie, dall'Astrattismo all'Informale. Una sopravvivenza legata alla sopravvivenza del Vedutismo, un'etichetta piuttosto flessibile all'interno della quale, se trionfa il paesaggio, rientrano anche le scene di vita, dall'animazione dei vicoli ai tipici mercatini. Una pittura di genere, si dirà. Che tuttavia continua ad avere i suoi estimatori nella scia di quei modelli che hanno consacrato il nostro migliore Ottocento. Un secolo - come ebbe giustamente a notare Raffaello Causa - che si è protratto assai al di là dei suoi confini temporali, fino alla metà del Novecento. Dietro questo fenomeno non c'è alcun mistero. Da un lato (ed è la componente più incisiva), la richiesta di un mercato fedele alla pittura di tradizione, sempre meno reperibile attraverso i dipinti d'epoca; e dall'altro, una pattuglia di pittori altrettanti fedeli interpreti del passato. E qui va subito fatto un distinguo. Esiste una folta schiera di epigoni che non vanno al di là dell'onesta esecuzione di determinati soggetti. Artigiani della pittura, con molto mestiere e sicuri effetti, perché il quadro risulti piacevole e facilmente vendibile. Ed esiste, di contro, una ristrettissima rosa di artisti (e la definizione non è casuale), che tenendo d'occhio la lezione del migliore Ottocento, la fa rivivere con moderna sensibilità. Nel senso che siamo lontani da qualsiasi pidessequa imitazione di quei modelli - spesso esauriti negli stessi originali -Ai quali, invece, si guarda per il magistero pittorico che ne ha sancito l'arte. La premessa vale a inquadrare nei suoi giusti termini l'opera di Eugenio Magno, un pittore che, pur muovendosi nell'area della tradizione, non ha mai ceduto alle lusinghe di un facile ricalco, né agli artifici ruffiani del mestiere. Il retaggio della migliore Scuola napoletana è stato per lui solo un costante riferimento, un patrimonio a cui guardare per cogliere la lezione della luce, del taglio paesaggistico, dell'equilibrio dei toni all'interno de colore, del gusto compositivo. In una parola, quella sintassi pittorica che fa un buon quadro. Per il resto, Eugenio Magno ha trasfuso nella pittura se stesso: le emozioni, la memoria, l'ambiente, le letture, i musei, gli studi umanistici. Una miniera di immagini che affiora, confusa e anarchica, in una lettura non superficiale delle sue opere. Si pensi alle felici rappresentazioni di Venezia, ma anche ai vivaci Mercatini, o a scene di costume come matrimonio in paese. E ancora al tema delle stagioni nel loro variare, alla città vista da l’alto, ai paesaggi innevati, fino alla struggente bellezza delle immagini ispirate alla Penisola sorrentina e alla Costa D'Amalfi. Trenta opere (tutte provenienti da una collezione privata, messa insieme nel corso di circa un decennio) che la direzione del Teatro Augusteo ospita, nel solco di quell'antico legame che ha già visto il teatro aprirsi alla pittura. Eugenio Magno non ci da del paesaggio una rappresentazione oleografica. La sua è una lettura libera e originale nella quale il dato reale cede di frequente il passo all'invenzione e a quelle spinte emotive che approdano poi ad altrettante, insospettabili interpretazioni. Matura così una pittura che, senza essere oggettiva, consente sempre l'immediata identificazione dei luoghi, rivissuti in un'atmosfera di particolare fascino. Perché i paesaggi di Eugenio Magno nascono a ponte tra realtà e magia, in un mix al quale non sono estranei l'uso sapiente della luce e una sottile vena di nostalgia. Siamo ai confini tra poesia e pittura.